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24 novembre 2005

   

Nella vicenda del latte Nestlè per bambini, contaminato da una sostanza chimica, tutta l’attenzione dei media si è concentrata sul latte e sull’incidente provocato dalla multinazionale nota anche per i boicottaggi a causa delle sue politiche di vendita aggressive nei paesi del terzo mondo e che, nella circostanza, ha utilizzato un contenitore conosciuto per i suoi costi ridotti per confezionare latte per bambini.

Fare Verde si chiede se tali problemi non siano riscontrabili sulle confezioni di latte di altre aziende presenti sul territorio calabrese con particolare attenzione alle varie Centrali del Latte disseminate sul territorio regionale.

I problemi che questo incidente pone sono l’uso della chimica nel confezionamento dei prodotti alimentari e nella produzione di rifiuti, anche alla luce dei nuovi regolamenti europei sulle sostanze chimiche.

Tetra Brik, questo il nome della confezione oggetto del ritiro, si legge sul sito della azienda produttrice Tetra Pak, è la “confezione ideale per ridurre i costi senza sacrificare la funzionalità”.

Due le domande che questo ennesimo caso su un prodotto alimentare dovrebbe porre, al di là dei soliti comunicati rassicuranti delle aziende coinvolte: da un lato quale è il reale livello di sicurezza di questi contenitori che, almeno in questa particolare circostanza, hanno rilasciato sostanze verso il liquido contenuto. E’ solo in questo caso che si può immaginare si sia verificato? A tale scopo Fare Verde chiede all’ARPACAL di eseguier tutti i controlli necessari al fine di garanntire e tutelare la salute dei consumatori.

Dall’altro Fare Verde, da anni, sostiene la necessità di indirizzare la produzione dei contenitori per liquidi verso il vetro o comunque verso soluzioni riutilizzabili e con cauzionamento per evitare che materiale, peraltro non costituito da sola carta, entri nel circuito dei rifiuti e nella migliore delle ipotesi della raccolta differenziata.

I vantaggi del vuoto a rendere sono molteplici.

Il contenitore non diventa rifiuto, quindi non grava sui costi di raccolta e smaltimento e non va ad alimentare inceneritori. Fa risparmiare per intero le materie che sarebbero necessarie per la produzione di un altro contenitore L’operazione di lavaggio e sterilizzazione delle bottiglie in vetro richiede circa 60 volte meno energia rispetto alla produzione ex novo. Non solo, garantisce un corretto comportamento da parte del consumatore che è spinto dalla cauzione a restituire il vuoto con percentuali elevatissime (sempre superiori all’85% con punte del 99%), praticamente irraggiungibili in qualsiasi raccolta differenziata.

Il vuoto a rendere, è bene ricordarlo, non è limitato al solo vetro: in Germania, Olanda e Scandinavia per le bibite gassate vengono utilizzate bottiglie in PET lavabili e riempibili nuovamente; sempre in Scandinavia, ma anche in Alto Adige il vuoto a rendere è usato su bottiglie in policarbonato per il latte.

Una provocazione: perché la Nestlè, ma anche le aziende del latte presenti sul territorio calabrese (e le altre case produttrici, almeno di prodotti per l’infanzia) non provano a puntare sul vuoto a rendere (che sia vetro o policarbonato) anziché insistere su confezionamenti del genere?

 

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